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Sullo Sfondo il Gran Tour

Il futuro della memoria

Chi avrebbe mai pensato che il pellegrinaggio culturale sviluppatosi nel sec. XVIII verso  l’Italia – e passato alla storia come la moda del “Grand Tour” – avrebbe dovuto le proprie fortune agli avvenimenti politici svoltisi in Inghilterra e in Europa, la cui sintesi è racchiusa tra due date, il 1688 e il 1763?

Eppure, come è stato messo in evidenza da una Mostra tenutasi a Roma, intitolata appunto “Grand Tour”, furono proprio alcuni importanti eventi politici e militari che crearono le condizioni favorevoli all’avvento di un fenomeno che possiamo con certezza considerare come l’inizio del turismo in senso moderno.

Nel 1688, infatti, in Inghilterra si concluse il conflitto che aveva visto protagonisti il Parlamento e i re Giacomo II, autore del tentativo di riportare l’Inghilterra nell’ambito cattolico. Con l’ascesa al trono di Guglielmo d’ Orange e l’emanazione della nuova  Costituzione (Dichiarazione dei diritti), si aprì un periodo di pace interna e di sviluppo economico , che si estese all’intera Europa con la fine della guerra dei Sette Anni (1763).

Fu allora che gli appartenenti all’aristocrazia inglese cominciarono a partire alla volta dell’Italia, Paese del sole e della culla della civiltà occidentale, per un viaggio di arricchimento culturale ritenuto presto parte indispensabile della preparazione delle giovani leve dirigenziali del  Paese. Ma gli inglesi non furono i soli ad obbedire al richiamo del viaggio in Italia,  anche se costituirono quella che con parola  moderna si definirebbe “la corrente turistica” più numerosa. I francesi – che avevano in Roma l’Accademia delle arti come punto di riferimento – non furono da meno, mentre i tedeschi – grandi viaggiatori – erano invogliati a seguire l’esempio del loro grande conterraneo, Goethe, che con il suo “Viaggio in Italia” aveva celebrato, come meglio non si sarebbe potuto, il fascino di un ritorno alle fonti e ai luoghi dai quali si era irradiata la civiltà cui l’Europa era debitrice.

E l’attrattiva doveva essere veramente forte se si pensa ai disagi e ai pericoli che si dovevano superare. L’attraversamento delle Alpi, spesso in condizioni metereologiche avverse, le strade malagevoli, i pericoli di aggressione cui erano sottoposti i danarosi viaggiatori, le scarse ed inospitali locande, erano tutti elementi che avrebbero dovuto scoraggiare e che invece costituivano, forse, altrettante componenti del fascino esercitato dalla meravigliosa avventura.

Del resto ancora oggi, a distanza di tanto tempo, i riferimenti al Grand Tour sono ricorrenti e numerosi. Una prima considerazione ci sembra interessante: nel Grand Tour che inaugura a – sia pure a suo modo – l’era del turismo moderno, sono presenti in embrione tutti gli elementi che poi si sono sviluppati nelle forme attuali e che concorrono oggi a fare del fenomeno turistico uno dei più importanti aspetti di costume della nostra società.

Anzitutto la propaganda: non esistevano, allora, né la fotografia, né il cinema, né tanto meno la televisione, ma i paesaggi aventi per sfondo le rovine auguste dei monumenti ancora in buono stato di conservazione, dipinti in quel tempo  dal Canaletto, da Salvator Rosa e dagli altri “vedutisti” diffusi in Europa, costituivano il materiale propaganda dell’epoca, mentre le testimonianze del viaggio compiuto (al posto delle moderne fotografie) erano spesso commissionate dagli stessi viaggiatori a ritrattisti non famosi. Molti di questi dipinti celebrativi ci danno l’idea della personalità dei protagonisti del Grand Tour: sono ambasciatori, nobili, gentili dame, che spesso riportavano nei loro diari, talvolta pubblicati, le impressioni di viaggio e i ricordi della permanenza in quella Italia così diversa dai loro luoghi di origine. Ricordiamo le “Lettere di John Boyle” , insieme alle più famose opere di Montaigne e di altri scrittori del tempo.

Nei diari, nella corrispondenza, negli acquarelli, nei disegni, sono rappresentate anche le locande, i posti di sosta e di ristoro, il cambio dei cavalli e i luoghi di incontro più frequentati dai turisti durante la loro permanenza nelle città italiane. Si può dire quindi che anche l’editoria turistica ha la sua origine in quel tempo: la presenza sempre più numerosa di ospiti stranieri aveva, infatti, favorito la pubblicazione di guide, mappe, tra le quali restano famose la pianta di Roma del Nolli (1748), la Guida di Carlo Barbieri (1771), e quella di Tivoli (1775).

Forse nasce allora anche la “politica dell’accoglienza turistica” perché, in coincidenza con l’arrivo dei facoltosi turisti dell’epoca, si avverte l’esigenza di arricchire la loro permanenza con feste e manifestazioni organizzate in loro onore: vi è testimonianza di grandi serate di ballo offerte ad ambasciatori, a “dignitari del Nord”, mentre già in quegli anni le regate sul Canal Grande e i balli di S. Marco, a Venezia, in occasione della festa del Redentore colpiscono, per la loro sontuosa eleganza, l’immaginazione degli illustri ospiti.

Si sviluppa, nello stesso tempo, il commercio dei souvenirs – dai modellini in sughero dei monumenti alle riproduzioni di statue celebri, cammei, gioielli con incisioni di paesaggi – una attività che anticipa il moderno merchandising.

Tra l’altro, diviene abbastanza florido il mercato di reperti archeologici, conseguentemente alla ripresa degli scavi: resa possibile dal Trattato di Parigi che pose fine alla guerra dei Sette Anni (1763). Di qui, la formazione di importanti collezioni private, spesso conservate nelle case di campagna dei ricchi turisti reduci dall’Italia.  E la suggestione delle esperienze vissute doveva essere realmente forte, tanto che fu costituito nel 1732 a Londra, per iniziativa della Società dei Dilettanti, un centro che doveva raccogliere le memorie del  viaggio in Europa, la cui consultazione  rappresentava, a sua volta, incentivo per coloro che avrebbero intrapreso viaggi verso le stesse mete. La suggestione del ricordo connesso con il Grand Tour è persino  giunta a proporre una ripetizione – in chiave moderna – degli itinerari sperimentati dai coraggiosi del ‘700.

In realtà, non crediamo utili, né destinate al successo, certe riedizioni, alle quali mancherebbe irrimediabilmente quel complesso di curiosità, di aspettative, di avventura, che dava sapore al Grand Tour. Non per nulla, per proporre qualcosa di simile, alcune agenzie di viaggio contemporanee si sono specializzate in programmi adventure che prevedono scalate impossibili, traversate di deserti o di ghiacciate lande desolate.

Queste riflessioni valgono anche per altri ricorsi storici che, al pari del Grand Tour, vengono ripresentati come possibili itinerari da suggerire in concomitanza di grandi avvenimenti a scadenza ciclica. E’ avvenuto, ad esempio, per la “Via Francigena”, in vista del Giubileo del 2000. Anche in tal caso, importanti mostre e convegni hanno rievocato il percorso che, nei secoli dell’Alto Medioevo, contrassegnava il pellegrinaggio diretto ai luoghi santi di fede e devozione.

La strada , o meglio, il fascio di strade che dai paesi del Nord (dall’Inghilterra, ma , com’è insito nel nome, più spesso dalla Francia) portano i penitenti pellegrini verso Roma, ma anche verso Santiago de Compostela in Spagna e addirittura a Gerusalemme, non poteva non essere ricordata , quasi per invitare i pellegrini del 2000 a ripercorrerla. Certo, il ricordo storico è stato certamente utile. Rievocare la via Francigena ha significato la rivalorizzazione di singole tratte, forse dimenticate, e certamente abbandonate dalle strade (e autostrade) moderne. Così le Amministrazioni comunali e gli enti turistici interessati, sono stati incoraggiati a realizzare pubblicazioni, iniziative  e manifestazioni per riscoprire santuari, abbazie, monasteri che su quegli itinerari  abbondavano e avevano anche la funzione di luoghi di ristoro e di ospitalità.

Ben vengano quindi, le riscoperte del nostro passato, non tanto per provocarne riedizioni moderne, quanto per fornire l’occasione di tornare sui luoghi della storia. Vi troveremo motivo di arricchimento culturale e, forse, anche di momenti di riflessione e di meditazione, il che, non sarebbe certamente male.

Tradizione locale e turismo minore

Dal 12 settembre al 12 ottobre si è svolta a Sansepolcro (AR) l’ottava biennale internazionale del merletto a cura del Centro Culturale di Sansepolcro.  Si tratta di un’iniziativa, ospitata nel 1996 anche negli Stati Uniti, che, nel rinnovare un’antichissima tradizione italiana e locale, ha saputo allacciarsi alle analoghe tecniche  di tutti gli altri paesi  del mondo facendo affluire nella cittadina toscana maestranze altamente qualificate dall’Europa, dai Paesi Nordici, dall’Africa, dal Giappone, in un confronto che di biennio in biennio si rinnova e, nel riproporre antiche tematiche , è di stimolo a nuove originalissime interpretazioni , sposando il merletto con la gioielleria,  con l’abbigliamento, con le immagini più ardite ed insieme poetiche come quelle ispirate quest’anno alla poesia del Leopardi e allo spirito d’avventura e di conoscenza di Marco Polo.

La manifestazione, suddivisa in varie sezioni, ha offerto premi sia per le interpretazioni del merletto come poesia, sulle liriche leopardiane, sia per le suggestive creazioni orientate sul tema del Milione di Marco Polo. Per l’occasione sono convenute a Sansepolcro maestre ed associazioni di ventotto paesi stranieri e trentatré scuole  italiane. Hanno partecipato tra l’altro, la Fondazione del Patrimonio e il Museo Etnografico  di Malta; il Rauman Museo, Finlandia, la Jesurum  Sas di Venezia. La manifestazione si è svolta sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica e ha visto la partecipazione di tutte le autorità locali

Il nostro turismo “minore” si distingue ancora una volta per la sua varietà e la sua intraprendenza, per il lavoro intelligente e costante dei privati che, quasi . presi dal sogno del grande navigatore veneziano, portano il turismo italiano ad avere motivazioni sempre nuove che fanno sperare in un miglior futuro.

Di Aldo Agosteo

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