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Camera con Vista

L’albergo e le sue relazioni spaziali

Per queste note che chiudono il fascicolo monografico di A.T., ho scelto il titolo del romanzo di Forster “Camera con vista” (da cui è stato tratto anche un film di successo) perché mi sembra significativo per illustrare un’esigenza dell’utente turistico fin troppo trascurata dall’impresa: quella del ruolo che deve svolgere un albergo nella città e per la città.

Il titolo vuole essere perciò una metafora di non pochi aspetti della ricettività che richiede una spiegazione preliminare. La “camera” sintetizza il significato che ha l’albergo nell’articolazione funzionale e percettiva del suo spazio interno, è l’unità minima riconoscibile nella conformazione dell’albergo. Ma è la composizione degli spazi che la collegano ai servizi comuni a determinarne la fisionomia nei suoi rapporti interni ed esterni.

Non è forse così che la connessione stanza/unità ricettiva determina il centro di quel “piccolo mondo” che ognuno di noi tende a ricostruire ogni volta che – come turista o come ospite occasionale per lavoro – dimora temporaneamente in un’altra citta?  Nel suo spazio interno, nei suoi arredi noi esigiamo di ritrovare tranquillità e sicurezza dopo una giornata di svago,  divertimento o anche soltanto di lavoro; è ragionevole quindi che esso debba fornire comfort adeguato se non piacevolezza.

Ma l’albergo è anche un punto di osservazione privilegiato – diretto o indiretto poco importa – della città o dell’ambiente che ci ospita (appunto la “vista”). Non tanto per l’esotismo della gente che va e della gente che viene(altra immagine un po’ letteraria che si può estrarre dai film del genere “Grand Hotel”) quanto per la capacità che ha l’albergo di filtrare, far cogliere, essere l’espressione dell’intorno urbano in cui si colloca. E, cioè, un tramite importante per quel consumo materiale o immateriale della città che è nella natura stessa del turismo.

Il “con vista”,  seconda  parte del titolo è del resto un attributo ammiccante della stanza: enfatizzato dagli annunci economici delle “pensioni” in altre ere del turismo quasi dimenticate, il suo valore non va sottovalutato neppure oggi in una nuova situazione in cui prevalgono le grandi dimensioni, l’uniformità e lo standard. La singolarità di una stanza rispetto all’altra non è forse un elemento che aiuta a qualificare e vendere l’ospitalità? Aggiunge qualcosa all’immaginario del “prodotto” e ha quindi un valore economico per l’azienda e per il settore in generale.

In questo senso il “piacere” che ci da una città o, al contrario, il senso di disagio che ci può provocare, la voglia di tornarci o al rifiuto che sentiamo all’idea di riprovare le sue sensazioni e i suoi sapori, dipendono molto dal “piccolo mondo” che attraverso l’albergo siamo riusciti a costruirci.

Ma quanto tengono in conto gli operatori del settore di questo complesso di fattori? Direi poco, almeno dai segni che si possono leggere dai loro comportamenti.

Bastano due ordini di  osservazioni per comprenderlo.

Un primo ordine si riferisce ai rapporti di contiguità e scambio tra la città e il patrimonio alberghiero. Il secondo alle politiche che timidamente vengono prospettate per il miglioramento della qualità alberghiera.

Il patrimonio ricettivo del nostro paese è ricco e articolato per tipologie e localizzazioni; un ampio arco di operatori piccoli e grandi è impegnato nella sua gestione. E’ rischioso e oltremodo difficile perciò generalizzare il giudizio. Tuttavia dalla sua analisi emerge un dato comune:  il patrimonio ricettivo soffre e non poco del degrado e delle difficoltà urbanistiche che caratterizzano oggi le nostre città, ma gli operatori turistici subiscono tali fenomeni negativi senza reagire e rimangono ancora quasi del tutto assenti dalla gestione della città.Eppure il degrado urbano che circonda gli alberghi si riflette sulla loro funzionalità in modo diretto. Mentre all’interno si accentuano generalmente le carenze di gestione delle attrezzature comuni, ciò che circonda le strutture alberghiere è inadeguato sia sotto il profilo della funzionalità, sia della fruibilità sia della percezione dell’ambiente circostante e del contesto. Un esempio? Gli spazi esterni di molti alberghi non sono attrezzati per la sosta dei veicoli e dei pullman; l’ammissione nel traffico urbano è brusca, irrazionale, non priva di pericoli e le forme di supplenza che tendono a garantire gli alberghi più prestigiosi si risolvono quasi sempre in insuccessi  E’ difficile, infatti,  tentare di far fronte senza il contributo delle attrezzature cittadine alle molteplici e sempre nuove esigenze che si pongono nella fruizione urbana.

Quanto conta infine la “vista “ della camera”? E’ raro che le morfologie degli alberghi si soffermino su questo aspetto: le vedute verso l’esterno sono condizionate dal rumore cittadino, quelle verso l’interno da chiostrine, cortili, impianti tecnici, tutti spazi non certo ben arredati.

Nel complesso questa condizione si esprime in una minore capacità reale di offerta delle strutture ricettive, che danneggia non poco il settore oltre che le singole aziende.

D’altra parte – e qui si passa al secondo ordine di osservazioni –  nelle politiche di ristrutturazione o potenziamento della  ricettività (che già sono scarse e disattese), si tiene poco  conto del valore economico che la dimensione ambientale e urbanistica dell’albergo  ha per l’attività turistica.

L’attenzione è infatti concentrata solo su quanto si riesce a innovare entro le mura della singola “camera” in termini di arredi funzionali ed accessori (la dotazione di frigo, TV, ecc.) o dell’edificio con i suoi servizi comuni, senza tener conto del resto:  da questi aspetti, d’altronde, derivano i parametri per l’assegnazione delle stelle e l’attribuzione di quel  formale valore di mercato cui si faceva riferimento.

Questo atteggiamento, a parte ogni altra considerazione, è dannoso sotto il profilo economico per il turismo del nostro paese, a partire dalla sua  immagine. Un dato dovrebbe farci riflettere, dopo la recente fase di crisi,  sembrano di nuovo aumentare le presenze straniere nelle nostre città. In parallelo si verifica però un crollo della durata media del soggiorno ( a Roma, ad esempio, nel  1994, è stato di  2,34 giornate: un dato decisamente non adeguato alle caratteristiche ambientali, storiche, artistiche, architettoniche  della capitale).

Non sarebbe il caso ormai di andare oltre? Di cominciare a valutare quel complesso di aspetti che esorbitano dagli attuali criteri e che consentono di misurare in senso complessivo la vivibilità urbana dell’ospite (turista o meno)? Non sarebbe il caso di basare le valutazioni economiche non più su semplici segmenti del settore, ma sulla modalità complessiva del dipanarsi del consumo turistico (che è consumo materiale e immateriale) nella città e nel contesto territoriale?

Certo, il ragionamento da fare è complesso perché da troppi anni si  è perso il filo sottile che legava i diversi aspetti; la congiuntura economica favorevole sta facendo dimenticare molti dei problemi che il recente passato aveva evidenziato drammaticamente allorquando altre destinazioni sembravano fornire alternative turistiche migliori.

La stessa logica dell’intervento urbanistico, d’altronde, non appare di semplice comprensione per gli operatori turistici; nella sua vita travagliata, la città è investita da un continuo flusso di domande di conservazione e /o trasformazione dei luoghi, vuoi in forma di razionalizzazione complessiva degli  assetti (come per le strade o il traffico) vuoi in quelle manifestazioni di bricolage edilizio che sono le sopraelevazioni, le ristrutturazioni e via discorrendo.

Di fronte alla difficoltà di immettersi nella gestione urbana e contribuirvi, gli operatori turistici hanno preferito  stare  a guardare, cercando di utilizzare passivamente e pigramente tutte le convenienze economiche, anche quelle residuali che forniva loro la città. Ma ovviamente subendone anche gli aspetti negativi e i condizionamenti. E in tal senso hanno orientato anche il sistema dei pubblici poteri ai vari livelli di governo.

Non credo che questa situazione possa e debba protrarsi oltre, contando ancora una volta su una rendita di posizione che deriva da una congiuntura economica internazionale favorevole.

Occorre trovare nuove vie imprenditoriali per cogliere la  nuova dimensione urbana del turismo, da una parte, e forme e criteri d’intervento e gestione che coinvolgano di più gli operatori sui fatti urbani, dall’altra.

Modi ed occasioni non dovrebbero mancare. A Roma e  a Napoli , ad esempio, alcune iniziative di “consultazione” sui nuovi interventi urbanistici aperte agli operatori turistici stanno dando i primi risultati, se non altro perché hanno aiutato a capire di più e a farsi capire. Ma ovviamente occorre avviare azioni più complesse e di  diretto interesse per gli operatori.

Una prima, riprendendo il titolo di queste note, riguarda i criteri di classificazione degli alberghi (e cioè interna al settore): ben vengano le classificazioni legate di più ai luoghi che non a situazioni che garantiscono standard di livello nazionale, è però il caso di introdurre in tali classificazioni criteri che consentano di valutare i rapporti dell’albergo con lo spazio urbano circostante in termini di inserimento ambientale e funzionalità, ma fors’amche  di capacità percettiva delle relazioni spaziali (in parole povere il panorama) e, perché no, di capacità di “rappresentazione” dell’albergo nella città (alcuni grand hotel non erano la sublimazione di una tale rappresentazione?).

Una seconda azione si riferisce all’opportunità di mettere in piedi a livello urbano veri e propri “progetti mirati” di ristrutturazione turistica e riqualificazione ambientale. Tali progetti, da sviluppare con la partecipazione diretta degli albergatori, dovrebbero avere lo scopo di migliorare le condizioni di vivibilità dell’albergo nel contesto (traffico, pulizia, ambiente, ecc.), di determinare sinergie tra attrezzature ricettive ed urbane, di individuare nuove localizzazioni oggi gravemente insidiosi come, ad esempio, l’espulsione degli esercizi commerciali da molte zone per effetto di sfratti o di cambi di destinazione d’uso.

L’elenco delle azioni possibili potrebbe continuare; c’ò bisogno di intervenire per modificare gli strumenti urbanistici attraverso la definizione di nuove forme di destinazioni d’uso più flessibili e compatibili con le domande turistiche; lo stesso vale per le politiche di incentivazione e potenziamento delle attività alberghiere nelle quali occorrerebbe premiare quelle iniziative che si integrano di più nel contesto urbano o nell’ambiente.

C’è una preoccupazione di ordine generale, però che, prima di chiudere, mi sembra il caso di richiamare. Negli ultimi anni le poche politiche rivolte al turismo sono state legate ai grandi eventi(basta pensare ai “mondiali di calcio” del 1990).

Di fronte a nuove scadenze sarà interessante  sapere se le nostre città vorranno continuare a essere orientate prevalentemente al consumo turistico secondo gli schemi che i flussi internazionali garantiscono, semmai alternando  in forma congiunturale ( e, perché no, “sprecona” ) le proprie suscettività attraverso gli effetti auspicati di eventi di risonanza mondiale (il Giubileo del 2000 è alle porte), oppure se saranno in grado di operare un cambiamento di fase attraverso interventi ricettivi e tecnologie di avanguardia di carattere strutturale.

E’ solo in questo secondo caso che si può  tentare di realizzare un diverso equilibrio fra vivibilità, consumi turistici e sviluppo durevole, per meglio competere –in futuro-  con le città e le aree più importanti del mondo.

di Giuseppe Imbesi

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