La riscoperta dell’escursionismo

Il rapporto tra l’uomo e montagna

Il Club Alpino Italiano (CAI) è l’associazione che dal 1863 svolge la propria attività istituzionale in montagna ed oggi conta 300.000 soci in considerazione della complessità del valore montagna, il CAI si è organizzato al proprio interno in commissioni tecnico-culturali che intervengono nei molti settori che riguardano l’ambiente montano. L’aumentata frequentazione di questi ultimi anni ed il diverso assetto territoriale, determinato anche dall’istituzione di mirati strumenti di gestione quali gli Enti parco, hanno accentuato la riflessione sui ruoli, vocazioni e finalità della montagna, con esplicita attenzione alla conservazione e al corretto uso delle risorse. Particolare considerazione viene assegnata al turismo, nelle forme praticabili con un uso soft delle risorse naturali.
Con l’esperienza di chi opera da molti anni attorno ai temi della montagna, il primo contributo che il Club Alpino Italiano può offrire al dibattito sullo sviluppo sostenibile del turismo nelle zone montane, passa attraverso la promozione dell’escursionismo. Per avvicinarsi alla montagna non esiste modo migliore che percorrerla a piedi,con passo lento, in un’ottica che non sia più legata,come nel passato, alla percorrenza fisica intesa come performance, come raggiungimento della vetta o come superamento delle difficoltà che la montagna può presentare, ma che sia intesa piuttosto come scoperta o, meglio, come riscoperta del territorio in tutte le sue variabili, comprese quelle che attengono alle possibilità economiche di coinvolgimento che è in grado di offrire.

Il sentiero Italia

La percorrenza a piedi di questo grande itinerario che è il Sentiero Italia, lungo un percorso che, attraverso l’Appennino, collega l’arco alpino alle isole, può rappresentare il denominatore comune, l’elemento unificante di un progetto ambizioso che diventa anche lo strumento per veicolare una serie di messaggi culturali e di conoscenza del territorio. In sostanza, si tratta di comunicare un concetto di escursionismo inteso in senso moderno, non come semplice attività sportiva di tipo aleatorio, ma come attività di riscoperta del territorio che, da valle a valle, da paese a paese, diventa poi la chiave di volta di questa proposta escursionistica che, proprio nel centro montano minore, nel piccolo paese di montagna, trova il principale momento di riferimento come porta d’accesso alla montagna ed al suo ambiente.
In questo modo, immaginando uno scenario di fruizione della montagna caratterizzato da un turismo naturalistico volto ad avvicinare alla conoscenza di questo territorio, il paese diventa i, primo luogo di sosta, fondamentale nel determinare l’accoglienza e la distribuzione di una serie di interessi che vanno appunto alimentati dal basso.
I vantaggi di questo approccio sono molteplici poiché, oltre ad ampliare l’area di intervento del turista escursionista o del semplice visitatore, si alleggerisce, redistribuendola, la pressione che normalmente si concentra solo su alcune località specifiche come, ad esempio, la Camosciara per il Parco Nazionale d’Abruzzo, Prati di Tivo per il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Loga o la Maielletta per il Parco Nazionale della Maiella.

Coinvolgimento globale

Passando, invece, ad un coinvolgimento più globale, proiettato dal basso verso l’alto si valorizza il ruolo del centro montano minore all’interno di un Sentiero Italia che, collegando le realtà montane, diventa struttura portante di riferimento anche per l’attività promozionale del progetto APE-Appennino Parco d’Europa.
Così, attraverso la valorizzazione dei piccoli centri montani, (dove si posizionano i poti tappa) la lunga linea escursionistica dell’Appennino si caratterizza con una serie di punti che, affiancati dalla rete escursionistica, diventano poi strumento di una conoscenza articolata del territorio, trasformandosi in un intervento reale che espande il sentiero e ne sviluppa la potenzialità. Ciò, a sua volta, comporta la realizzazione di un catasto dei sentieri, favorendo lo sviluppo di nuove figure professionali, come quello dell’accompagnatore, che diventa poi uomo del territorio. Ecco quindi che, attraverso il Sentiero Italia, la rete escursionistica ed il catasto dei sentieri, il territorio si apre a partire dai paesi montani, favorendo il recupero e la valorizzazione del patrimonio edilizio,
dell’ospitalità e dell’indotto economico.
In tal modo, infatti, le tradizioni dell’artigianato, dell’agricoltura, della forestazione e della zootecnia, che sono ancora presenti, anche se poco supportate, nella realtà dei piccoli centri montani, possono trovare l’occasione per un concreta valorizzazione.
Inoltre, attraverso la realizzazione di questa nuova rete escursionistica, più attenta ai valori, si riesce a dilatare, nel tempo e nello spazio, una funzione altrimenti concentrata nei consueti picchi stagionali e su alcune località specifiche.

L’esperienza “ mare-monti”

Un felice esempio di uso della rete escursionistica e di integrazione turistica è l’esperienza “mare-monti” nata da un’idea del Club Alpino Italiano, accolta dalla Provincia di Teramo e sostenuta dal Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Sono tre anni che nei sei mesi estivi vengono proposte, ai turisti ospiti nelle località costiere, dieci facili e stimolanti escursioni in area parco, nei giorni feriali e con lo slogan “piacere montagna” con l’avvio sempre da paesi montani e le descrizioni dell’itinerario in più lingue. Molte delle informazioni si diffondono durante le escursioni, anche ai numerosi stranieri grazie alla presenza delle motivate hostess turistiche della
Provincia. Iniziativa positiva, in crescita e apprezzata come si rivela dai tanti scritti dei turisti e che comincia ad essere imitata anche in altre province.
La promozione di questo moderno escursionismo, attento ai valori e rispettoso dei luoghi attraversati ha portato il Cai ad elaborare criteri unici per l’armonizzazione della segnaletica, scegliendo, come segnavia dei sentieri, la bandierina di vernice rosso/bianco/rosso, quale indicatore nazionale della continuità del tracciato. Un più completo abaco della segnaletica prevede nei “posti tappa” dei tabelloni con la cartografia dei luoghi arricchita da informazioni sulle caratteristiche dei sentieri e gli elementi culturali e naturalistici da osservare. Lungo i sentieri, ai bivi, funzionali frecce direzionali con le località da raggiungere e i tempi di percorrenza. Molte le aree protette che hanno adottato questi efficaci criteri di segnalazione che garantendo sicurezza e uniformità di linguaggio, vogliono limitare l’inquinamento da segnale.
In altri termini, più che rilevare e descrivere tutti i luoghi possibili della montagna, si tratta di individuare alcuni itinerari, ben descritti e segnati, lasciando all’iniziativa personale la scelta di scoprire percorsi alternativi da affrontare da soli, per ritrovare se stessi, o insieme ad accompagnatori che vivono la montagna e che sanno trasferire una conoscenza più attenta e più profonda.

Progetto terre alte

Un secondo progetto, sul quale il CAI sta lavorando su scala nazionale e che interessa dunque sia l’arco alpino che l’Appennino, è il Progetto Terre Alte, finalizzato alla riscoperta dei segni dell’uomo e delle testimonianze della sua secolare presenza in quegli stessi parchi e nelle aree protette la cui definizione, totalmente nuova,nasconde realtà talora fortemente antropizzate, nelle quali l’uomo ha sempre manifestato la sua presenza.
Ciò vuol dire riscoprire questi segni in quota, come sta accadendo per il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, dove è in atto un intervento di recupero delle “caciare” testimonianze della secolare presenza dell’uomo sui monti Gemelli, nel versante teramano.
La proposta culturale non ha limiti istituzionali e riguarda l’intero territorio. Infatti, a quota inferiore, con avvio dalla città di Teramo, lungo il “sentiero del fiume Tordino”, che raggiunge l’abitato di Padula, nei Monti della Laga, si scoprono “le vie della farina” e i molti mulini che ne costellano l’alveo. I mulini, nel passato, rappresentavano un preciso luogo di incontro, per le attività, le iniziative e gli scambi di esperienze degli abitanti la zona: grazie alle ricerche sul Campo di Educazione Ambientale dell’Istituto tecnico per Geometri “C.Forti” di Teramo, condotte insieme agli studenti, sono stati censiti ben 18 mulini nell’Alto Tordino. Anche questi “segni dell’uomo”
contribuiscono a ricucire il rapporto con il territorio promuovendo occasioni di studio per il loro recupero funzionale e per nuove occasioni di lavoro. Una mirata “mostra itinerante” con immagini fotografiche, documenti storici e schede informative diventa lo strumento per farne apprezzare il valore economico e sociale e l’importanza della risorsa acqua.

Il Progetto Terre Alte, come prodotto innovativo, tende appunto a recuperare questi segni dell’uomo in chiave dinamica, per trasformarli in elemento propositivo e in momento di conoscenza. Sotto questo profilo, il Protocollo d’intesa sull’educazione ambientale, concluso dal Ministero della Pubblica Istruzione e dal Ministero dell’Ambiente, è un segnale incoraggiante dell’acquisita consapevolezza che occorre investire sui giovani, attraverso un progetto di educazione ambientale che coinvolga la scuola e, nei centri montani minori, anche i servizi ad essa legati, in modo da far sì che i giovani abitanti della montagna si trasformino in attori della presentazione del proprio ambiente e, quindi, anche in gestori, se non addirittura in gelosi custodi di un patrimonio che diventa poi determinante anche ai fini di una loro permanenza successiva.
Significativo è lo svolgimento di iniziative di educazione ambientale, da parte del Servizio Scuola del CAI, rivolte ai giovani studenti, con l’organizzazione di visita d’istruzione in ambiente e di attività dell’Alpinismo Giovanile, quali elementi di base per un turismo scolastico aperto a nuove opportunità di dialogo con i giovani, con risposte qualitative che assegnano centralità alla figura dell’alunno.
In altri termini, si tratta di introdurre dei sistemi in grado di riavvicinare alla montagna i residenti e i cittadini che spesso tendono a viverla come una realtà incombente, pesante e senza più dialogo. In effetti, mentre nel passato le valli e i passi erano frequentati e lo scambio era un fatto naturale, oggi esiste un problema di comunicazione non solo tra vallate, ma addirittura tra paesi di uno stesso comprensorio.

Per questo il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga ha promosso tre azioni della “settimana nazionale dell’educazione ambientale” dei Ministeri dell’Ambiente e della Pubblica Istruzione, la conoscenza tra i paesini del comprensorio montano, attraverso una operazione di scambio, anche culturale, dei giovani di Pietracamela e di Fano Adriano, con quelli di Cosentino e di Valle castellana. E’ stata così avviata un’interessante forma di turismo scolastico che coinvolge direttamente come guide e gestori del territorio i “piccoli” studenti di montagna, importante premessa per successivi impegni verso l’ambiente, da “grandi.
Sotto il profilo educativo, quindi, partendo da un approccio che tende ad integrare gli interventi sulle aree protette con la realtà dei rispettivi contesti, ci si sta adoperando lungo due direttrici, di facile lettura: da un lato l’elemento acqua, che si richiama ai fiumi e alla loro funzione di collegamento dalla montagna alla collina con le coste ed il mare, e dall’altro l’ambito scolastico e gli enti territoriali, con cui stiamo sviluppando dei progetti molto semplici, di lettura integrata del territorio, con finalità di assunzione di responsabilità secondo l’ambito di competenza.
Un altro elemento sul quale si sta lavorando attiene poi alla maturazione di chi va in montagna, attraverso la definizione di una serie di regole comportamentali di autodisciplina. Il problema etico, nella fruizione della montagna, nasce infatti dalla constatazione che le modalità della frequentazione non possono essere demandate alla sola disciplina legislativa o alla codificazione culturale, ma devono essere frutto di un processo di maturazione consapevole, basato sull’esperienza e sulla sensibilità di chi pratica la montagna. Per questo, nella speranza che per questa via si arrivi, un giorno, a non dover più ricordare alle campagne di pulizia e di difesa dell’ambiente il CAI, insieme ad altre associazioni, ha varato nel 1995 le “Tavole di Courmayeur”, predisponendo un documento basato sul concetto di autoregolamentazione, la cui finalità consiste nel far sì che all’azione sistematica dell’Ente si associ poi la presa di coscienza del valore di un bene che non appartiene solo al singolo, ma all’intera collettività.

Progetto APE

Quanto al progetto APE, rispetto ad un contesto importante come l’Appennino, esso consente di cominciare a ragionare in termini di area complessa che unisce e armonizza aree urbanizzate, ambienti seminaturali e naturali. Infatti, le specificità presenti all’interno di quest’area costituiscono un elemento di riferimento forte, in grado di connotare la realtà appenninica non come semplice contraltare dell’arco alpino, quanto piuttosto come valore complesso, multiplo, attraverso il quale si esprime quell’Italia “minore”, quel dialogo tra costa, collina e montagna, che, nell’Appennino, trova la propria sintesi.
Del resto, l’esperienza vissuta come rappresentante del Club Alpino Italiano, conferma che il rischio di subire l’ingombrante presenza dell’arco alpino è piuttosto concreta e che il complesso di inferiorità che spesso ne deriva, a carico delle montagne “minori”, nasce dalla tendenza a condividere l’Appennino e i suoi frequentatori in una posizione di subalternità. Per sfatare questo pregiudizio, è importante cominciare a riconoscere valore alle nostre montagne, dandogli una chiave di lettura che non sia di confronto, ma di specificità culturale. Ed è su questo elemento, pregiudizievole per qualunque iniziativa, che è necessario insistere.
Per concludere, può essere utile farlo con un paio di flash, a partire dalla positività del messaggio racchiuso nel Progetto Camoscio d’Abruzzo, volto a reintrodurre un animale simbolo delle montagne d’Abruzzo, dalla Maiella al Gran Sasso, nei siti appenninici dai quali l’uomo, per eccesso di antropizzazione, lo aveva allontanato.
Così, il camoscio è riapparso sui monti ed è diventato il simbolo del Parco Nazionale del Gran Sasso Monti della Laga. Inoltre, ad ulteriore conferma della forte connotazione culturale, oltreché tecnico-faunistica del progetto, è significativo che l’agile animale, quale specie protetta, sia stato adottato come mascotte dai giovani alunni del Circolo Didattico del Notaresco, in provincia di Teramo e per lo svolgimento dei Giochi della Gioventù sia finito sulle loro magliette con la caratteristica silouette contornata dallo slogan “giovane amico del Camoscio d’Abruzzo”. Un momento successivo è stato l’avvicinamento escursionistico di questi piccoli “atleti”di collina, all’area faunistica del camoscio, al di sopra dell’abitato di Pietracamela per osservarne “dal vivo” le rapide e giocose scorribande.

3°traforo del Gran Sasso

Il secondo flash, negativo nel presupposto ma forte come riferimento, riguarda il 3° traforo del Gran Sasso, rispetto al quale esiste, a livello di area territoriale, un grosso problema di ordine sia scientifico che culturale. La possibilità che si realizzi una terza canna del traforo autostradale implica, infatti, un intervento estremamente dannoso per l’ambiente, pregiudicando anche l’immagine della ricerca scientifica, il cui ruolo è invece essenziale per il progresso orientato all’uso attento della risorsa ambientale.
Scegliere di riconvertire i 110 miliardi stanziati per il traforo ad un’operazione di riqualificazione del territorio rispettosa della vocazione,anche edilizia, dei centri montani minori e delle esigenze, troppo spesso trascurate, di riqualificazione ambientale e di ricostituzione del tessuto agrario, diventa oggi la scelta più conforme all’attuale tendenza a limitare gli interventi sull’ambiente ai casi strettamente necessari.
Volendo sintetizzare i messaggi positivi contenuti in queste due semplificazioni, si può dire che, mentre il progetto Camoscio d’Abruzzo con immediatezza va nella direzione della riqualificazione, il secondo vuole stimolare l’importante impegno della ricerca scientifica in un’ottica di ricerca e di valorizzazione del territorio che, come nell’esperienza del Parco del Gran Sasso e Monti della Laga deve collocarsi nel quadro di una pianificazione attenta alla complessità di una realtà che si articola e si esprime attraverso una serie di specificità fortemente interconnesse e che un’area protetta inquadra in una strategia comune.

di Filippo Di Donato
Club Alpino Italiano

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