Il problema dello sviluppo integrato

Trent’anni fa quando ben pochi parlavano dei parchi marini, ho scritto una piccola pubblicazione, intitolata “Criteri scientifici per l’istituzione di aeree protette marine” che applicammo l’anno dopo alla prima area geologica, nella zona di Santa Maria di Castellabate. Ma quell’esperienza in epoca in cui l’unico strumento legislativo disponibile era la legge 963 del 1965 sulla pesca, fu così deludente da spingermi ad abbandonare questa tematica per lunghi anni. Oggi, la situazione è diversa ed è possibile riprendere la riflessione sul futuro e su significato del concetto di riserva marina, perché non basta prendere una zona di mare che, per peculiari caratteristiche morfologiche, oceanografiche e biologiche, è meritevole di particolare regime di tutela e di specifiche forme di gestione, per avere una riserva marina. Evidentemente questo concetto è mutato da quello di riserva terrestre, ma per il mare le cose non sono così semplice. Per molti anni ho fatto parte del consiglio nazionale di Port-Cros abbastanza a lungo, quindi, per vedere il petrolio della Aven raggiungere,grazie alla corrente una bella coletta di Port-Cros: in mare l’inquinamento non conosce recinzioni e, per arrivare alla perimetrazione e alla zonizzazione di un paesaggio fisico e biologico impercettibile come quello marino, occorrono studi lunghi e molto complessi.

Esiste poi un altro problema, che riguarda le dimensioni della riserva marina. In altre parole nella conservazione della natura a terra, esiste una consolidata teoria sulle aree che devono essere offerte alle diverse specie, sia vegetali che animali, per evitare che i loro spazi vitali siano eccessivamente compressi, tanto da generare competizioni e, quindi contraccolpi sulla struttura dell’ecosistema. In mare, questi aspetti sono, ancora oggi largamente sconosciuti.

Vi è inoltre il problema di come incernierare la tutela del mare alla costa perché, anche se si possiedono gli strumenti per regolamentare le attività umane, resta sempre il problema di gestire ciò che succede sui litorali. Qui emerge un’altra differenza con il parco terrestre: mentre il parco terrestre è in genere una zona relativamente remota, con una differenziazione sugli usi dei territori piuttosto modesta, sulla costa tutto è più complesso perché, alle attività che insistono sul mare, si associano inevitabilmente tutte le attività dell’entroterra che hanno influenza sul mare. Può accadere, allora, e qui la legge non fornisce alcun ausilio, che il bacino versante che insiste sull’arco costiero interessato da una zona di riserva marina, sia del tutto incontrollabile da parte di chi garantisce l’area protetta. Dal che risulta evidente la differenziazione delle problematiche che caratterizzano e distinguono i parchi marini, le riserve insulari e quelle costiere per fare un esempio, l’amministrazione comunale di Villassimius senza strumenti di legge, si è dovuta inventare la maniera di predisporre gli strumenti urbanistici a terra, in modo di renderli adatti ad accogliere in nuovo status di riserva marina conferito all’antistante mare.

Oggi si contano oltre 40 riserve – aree di tutela o come dice la legge, di reperimento – su cui impostare il lavoro degli anni futuri, ma attualmente sono in funzione solo Ustica e Miramare, cioè due piccole aree che, sulla base dell’esperienza maturata negli anni trascorsi, dalla loro istituzione, hanno offerto una chiara dimostrazione delle potenzialità insite nell’istituzione d riserve marine a fini multipli, e non solo nell’ottica della campana di vetro nel contesto di una gestione centrale supportata dal braccio operativo di Capitanerie di porto. Negli ultimi tempi si è registrato un interesse crescente che si sta riflettendo anche sulla velocità degli studi propedeutici. Per via delle condizioni meteorologiche, infatti, lavorare in mare è difficile, e, di conseguenza, la velocità in cui vengono fatte le istruttorie è relativamente modesta.

Qui vorrei inoltre sottolineare che molte delle conoscenze acquisite sul mare, in modo quasi sistematico, rientrano nell’unico comparto di cui la ricerca dei finanziamenti sicuri, quello della pesca. Eppure, la pesca non è un comparto diverso, ma un’attività che si basa sulla produzione naturale degli ecosistemi. E se non si conoscono gli ecosistemi e, quindi, non si riesce a prevedere questa produzione naturale, non si riesce neppure a gestire la stessa pesca in modo razionale. Ed è proprio questo l’elemento che con un nodo molto stretto, lega attività come quelle che istituzionalmente fanno capo all’Ispettorato Centrale della Difesa del Mare e alla Direzione generale della pesca, che finalmente hanno iniziato a dialogare. E tutti quelli che sono anche solo un po’ appassionati di questa materia auspicano il ritorno ad un metodo per stabilire sistemi più flessibili e di gestione integrata delle risorse complessive della fascia costiera, come anche lo stabilirsi di un dialogo più stretto sul tema della protezione del mare, tra amministrazioni dello Stato che hanno responsabilità in questo senso. Ma esistono anche altre strutture,meno rituali e più rapidi, poco usati, come le Oasi Blu. Queste Oasi Blu affidate in concessione al WWF che le gestisce, costituiscono una valida alternativa al complesso itinerario che conduce all’istituzione delle riserve marine. In altri termini, ponendosi come strumenti in grado di dare all’intero sistema quella flessibilità di cui la legislazione italiana in materia di protezione della natura è spesso carente, le Oasi Blu una realtà, sia pure a carattere locale, comunque meritevole di tutela.

Oggi grazie anche ad un’intelligente azione amministrativa, questa flessibilità è entrata in gioco anche per le riserve marine, come dimostra – ad esempio – la grande innovazione che consente di ampliarle, rimpicciolirle o variarne la zonazione sula base dell’esperienza gestionale e scientifica. In
fine l’accordo multinazionale stipulato per il mar Ligure, nel quale i cetacei rappresentano, per certi aspetti, la specie ombrello, non è alto per il tentativo di governare, sia pure a grandi linee, un intero sistema pelagico, rifacendosi al concetto, espresso nei lavori preparatori alla conferenza di Rio, del mare come global oceanic ecosistem e, quindi, come sistema integrato. A tale proposito, può essere interessante osservare che queste aree di reperimento sono state inserite nella legge come tali, mentre sarebbe stato di gran lunga preferibile disporre, in un’ottica più moderna, di una legge cornice che definisca i criteri per l’eleggibilità di aree di riferimento,anche in considerazione del fatto che l’inserimento legislativo di molte di queste aree è avvenuto sulla base delle motivazioni formulate da promotori più vari,per lo più di origine ambientalista e locale. Il che non depone certo a favore di quel disegno strategico che potrebbe generare i sistemi di valori nazionale, verso i quali indirizzare gli sforzi.

Quanto all’aspetto economico, se è vero che proteggere la natura è in genere costoso, proteggere la natura in mare lo è, per ovvi motivi, ancora di più. Eppure dal tempo in cui queste aree sono state inserite in un testo di legge, e cioè dalla fine dell’82 ad oggi le motivazioni di carattere locale sono state spesso dimenticate o, addirittura, sono cambiate in senso avverso all’istituzione della riserva. In alcuni casi, poi, potrebbe anche essere intervenuta una mutazione così profonda nelle condizioni ecologiche, da far cadere del tutto le precondizioni necessarie alla creazione della riserva. Ma per tornare al tema della gestione, ogni riserva marina ha bisogno di un piano che le consenta di perseguire i suo fini istituzionali. Compreso un aspetto sul quale spesso non si riflette: la necessità di dotare la riserva di quelle infrastrutture e di quell’apparato organizzativo che sono indispensabili al suo funzionamento. Solo se questi aspetti sono contenuti,in maniera omogenea, in un piano di gestione, allora la riserva può diventare un efficace strumento di tutela per la natura, di progresso delle popolazioni e di sviluppo turistico.

Oggi, questioni come quella della sorveglianza, del monitoraggio,della manutenzione della protezione delle risorse ambientali, della ricerca scientifica finalizzata, all’aumento della conoscenza, della diffusione con i mezzi più diversi dell’informazione scientifica e dell’educazione ambientale, che si realizza anche attraverso promozioni ed animazioni turistiche, sono diventate questioni ormai condivise da tutti stando alla realtà dei fatti, ci si è resi conto che solo un piano di gestione è in grado di consentire la programmazione delle attività, anche economiche, delle riserve.

A tale proposito, vorrei sollecitare una riflessione su un altro aspetto, anch’esso stranamente, poco approfondito che riguarda le azioni da intraprendere per rendere fruibile una riserva. Si tratta, di aprire a tutti, e non solo a chi ha le capacità fisiche per andare sott’acqua, il mare delle riserve. In questa direzione, infatti, le attività consentite dalle barche con il fondo di vetro o dai veicoli televisivi filoguidati offrono ancora spazi, tutto-sommato, molto modesti. Eppure basterebbe far funzionare la fantasia, o più semplicemente guardarsi intorno, per accorgersi che esistono già molte esperienze diversificate: dal piccolo acquario, al tunnel trasparente che, tra l’altro avevamo immaginato per rendere fruibile la zona archeologica di Baia, un’intera città sepolta da appena tre metri d’acqua. Lo stesso può dirsi delle belle praterie di Posidonia o degli antichi relitti che costellano la riserva marina di Capocarbonara, un tipico esempio di come la tutela della natura vada
di pari passo con la tutela di importanti beni archeologici.

Occorre quindi compiere uni sforzo per infrastutturare le riserve marine ai fini della fruizione. Sforzo che, ovviamente, non è economicamente irrilevante e che, proprio per questo, potrebbe impegnare diversi soggetti per giungere, se possibile, a risultati simili a quelli ottenuti a Capri. Immergersi a bordo del sommergibile che ormai da tempo conduce i turisti alla scoperta dei fondali dell’isola, rappresenta sicuramente un modo affascinante ed inconsueto per formalizzare con la parte meno conosciuta dell’elemento mare. E chi come me, ha avuto modo di accompagnare la stampa nell’immersione inaugurale, è testimone di un’emozione che, una volta sott’acqua riesce a far dimenticare lo stupore suscitato da un mezzo di trasporto così poco familiare, ma anche così tecnologicamente sofisticato.

Per concludere vorrei sottolineare un ultimo aspetto sul quale, almeno in Italia non si discute abbastanza. Si tratta di approfondire la riflessione sull’impatto da fruizione del prodotto, nelle aree
destinate a riserva marina. Ma cosa vuol dire esattamente “impatto da fruizione? La risposta sta nel paradosso che si crea quando la pressione antropica dei visitatori, anche occasionali, che in insistono sui segmenti costieri o sulle isole in cui è localizzata una riserva marina, riesce a mettere in forse il conseguimento delle finalità per le quali la riserva è stata istituita. E’ questo l’impatto che i turisti producono, ad esempio invadendo le grotte sottomarine in cui liberano l’aria che distrugge la fauna anaerobica, o abbandonano sacchetti di plastica pieni di calamari dati in pasto a cernie che ormai somigliano all’orso Yogi del parco di Wellow-stone. Ed è appunto per evitare che la pressione antropica finisca per demolire le vegetazioni di dune che,nel panorama ambientale di Villasimius, ad esempio, rappresentano apparati geomorfologici di grande importanza e di grande fragilità, che si è avvertita la necessità di effettuare uno studio specifico, volta ad individuare infrastrutturazioni, come parcheggi passerelle e quant’altro potesse risultare utile alla salvaguardia dell’interfaccia ambientale.

Quindi, il concetto di riserva marina deve essere un concetto che si riflette su tutte le componenti, non già di un ecosistema, quanto piuttosto di un socioecosistema e questo molti continuano a non capirlo: non sono più le atrofizzazioni in quanto tali, ma le ragioni per le quali le atrofizzazioni si è verificata a rappresentare il problema da risolvere. Non resta quindi che agire a tutto campo sugli strumenti normativi. Sarebbe opportuno, ad esempio, rendere più sistematico e meno aleatorio il discorso delle deleghe ed uscire dalla logica urbanistica che ha condizionato, e tuttora condiziona, la formulazione dei vincoli e delle perimetrazioni. Bisognerebbe, inoltre, disegnare uno schema di assistenza alla progettazione degli enti gestori, che non sempre ne hanno la capacità, la figura del promoter di riserva. Infine, si potrebbe individuare un insieme di indicatori che definiscano un ecolabe per i servizi, i beni ed i prodotti che provengono dall’area e che qualifichino, anche sotto il profilo economico, questo inscindibile unicum che è la riserva marina, nella sua duplice e non confliggente dimensione economica ed ambientale.

di Eugenio Fresi
Docente di Ecologia e Scienze Biologiche

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